Gian Paolo Cremonesini

Un giorno a scuola in una classe speciale

 Alla mattina la zia Adele, grande mamma piena di attenzioni e speranze, mi svegliava con dolcezza e mi preparava un tè con i biscotti. Non ho mai fatto ricche colazioni al mattino, non mi andava di mangiare. Quella mattina, come tutte le mattine, prendevo l’autobus in via Cappelluti e scendevo con altri studenti sul Lungoparma, vicino ponte Caprazucca. Una piccola camminata e mi trovavo di fronte all’entrata laterale della scuola, chiusa da un cancello di ferro che faceva intravedere, all’interno del cortile, il percorso ciottolato e le piante di cachi piantate dentro le aiuole. Puntuale alla stessa ora si apriva, attraversavamo il cortile e via sulle scale per entrare in classe. Prima dell’inizio della lezione, si studiava qualche programma comportamentale da tenere in aula, confrontando idee e possibili azioni. Angelo, mio storico compagno di banco e grande amico, mi disse “Ieri sono andato in giro e non ho studiato. Mi ha mostrato il solito santino, lo ha appoggiato sul banco e mi ha detto “Accarezziamo il santino” sperando che il protettore indirizzasse l’interrogazione su altri studenti. Aspirando aria a denti stretti, facevamo gli scongiuri. 

Suona la campanella di inizio delle lezioni, entra la tiranna Bocchi, inesorabile donna con il ghiaccio al posto del cuore. Con Angelo occupavamo il secondo banco della fila centrale, davanti a me, in prima fila Achille e davanti ad Angelo, Claudio. Tutta la classe era pregna di timori per l’interrogazione e probabilmente il tiranno, percependo questo disagio collettivo, stranamente non ha infierito e ha chiesto se c’era un volontario. Un silenzio tombale e sceso nella classe. Ricordo che non avevo studiato, ma pensavo di avere immagazzinato, durante le lezioni in classe, concetti sufficienti per potere rispondere alle domande. Probabilmente per il tiranno, il possibile volontario doveva essere molto preparato e certamente, per deduzione, non potevo essere io quel tipo di studente. Tante volte nelle persone c’è un gusto sadico di persecuzione, trovare piacere nel punire chi non è in sintonia con le tue aspettative e, a maggior ragione, chi giudichi, per tua divina definizione, ribelle, non allineato alle tue condizioni. Certamente ero uno studente inquadrato in quella categoria di non allineati. Ma stimolato da una forma di generosità spontanea, mi sono offerto per l’interrogazione, immolandomi al suo giudizio. Non sono mai riuscito a dare una spiegazione logica al fatto che, come mi posizionavo a fianco della cattedra per l’interrogazione, le mie capacità razionali e le mie poche conoscenze si offuscavano. 

Probabilmente, la consapevolezza di scarso impegno nello studio mi creava quella difficoltà, quel senso di colpa patologico dell’uomo che è strutturale, soprattutto in persone con una forte sensibilità e moralità, moralmente non ti senti a posto, a tuo agio. Comunque, con la grande forza che mi contraddistingue, riuscivo a superare interiormente questo disagio, che mi penalizzava. Il tiranno ha iniziato ad interrogarmi, percepiva la mia insicurezza, per lui evidenza di cattiva preparazione. Mi fa domande precise, alla precisione la risposta deve essere puntuale, non offrendoti in tal modo via di uscita. Probabilmente il quel momento si sente preso per i fondelli, perché la sensibilità tirannica è elefantiaca. Al generoso Corfiota non lancia l’ancora di salvezza, ma un’altra domanda precisa, che non lascia scampo. La mancanza di risposta illumina il viso del tiranno come un lampo, non indugia, un sottile represso, ma percettibile sorriso scorre nell’occhio suo soddisfatto. Il giudizio, affermerei pregiudizio preventivo, ha trovato conferma e, tetragono al dolore del volontario, dice “puoi tornare al banco” manifestando il suo voto 4 con grande soddisfazione, che tuona come monito alla classe. In quel momento sei consapevole dell’inutilità di quel tipo di studio, perché ti domandi quale significato ha quella stupida domanda chiusa, che non tiene nel giusto conto della capacità di ragionamento, di pensiero e progettuale di cui è impregnata la tua anima. La mia fantasia mi ha sempre fatto navigare su praterie infinite, fonte di sopravvivenza e di progetti, immaginazione fantastica del mio futuro. 

Tornato al banco con sotto il braccio il fatidico 4, mio periodico compagno di viaggio, ho trovato il sostegno morale, si leggeva sullo sguardo dei compagni, di Angelo che, grazie alla mia generosità, aveva superato quell’ora indenne. San Spiridione, santo protettore dei Corfioti, non mi aveva aiutato, ma quella generosità mi rendeva interiormente felice e placava la mia anima. Per fortuna l’ora successiva era di tedesco, mi piaceva la lingua tedesca con le sue declinazioni e, fortunatamente, la storia noiosa non era materia di studio. Tra l’altro il tedesco era molto utile, durante il periodo estivo, per relazionare con le bionde teutoniche. L’insegnate di tedesco era una tiranna con molta umanità, non infieriva sugli studenti. Io e Angelo durante la lezione, pur prestando attenzione, completavamo in modalità carbonara la battaglia navale. Quel giorno la lezione era imperniata sulla lettura del libro “Der onkel aus America”. L’ultima ora di italiano con il tiranno Benzon, non prevedeva interrogazioni. Ad onore del vero il tiranno le programmava, offrendo la possibilità di approfondire l’argomento prima della interrogazione, si fa per dire. Benzon era giudicato positivamente dagli studenti, anche se con un difetto linguistico, spiegava bene, era autorevole. Ma tanta autorevolezza non era accompagnata da sensibilità di giudizio, che dovrebbe stimolare nell’insegnante la capacità di valutazione sull’allievo che va oltre la domanda risposta, perché educare significa attivare le capacità finalizzate alla crescita intellettuale e morale. In questi insegnanti non c’era nulla di questo, ma la mera conoscenza mnemonica della Divina Commedia e dei relativi ripetitivi commenti, senza un briciolo di innovazione e narrazione, che stimolasse una sana curiosità, in barba alla noiosa ripetitività. Il mio cruccio era tornare a casa e comunicare alla mamma che avevo preso un brutto voto, fonte di sua preoccupazione. 

La scuola non mi insegnava nulla di nuovo, non era stimolante e impegnarmi sui libri leggere e rileggere mi era impossibile, altri pensieri mi facevano navigare nel mondo della mia immaginazione, appagando la mia anima Corfiota. Anche quel giorno è suonata la campanella dell’ultima ora, che sanciva il “sciogliete le righe” scolastico. In quel momento, abbandonavo il mondo Corfiota per abbracciare il mondo del rione, gli amici del quartiere. Mi sono sempre chiesto se la tiranna Bocchi avesse qualche relazione con i Bocchi che hanno dato il nome a quel territorio. Ho sempre affrontato a viso aperto tutte le difficolta con l’orgoglio di non avere mai abbassato gli occhi, il Corfiota non si piega, la vita lo può solo spezzare. Dopo i commiati veloci con i compagni e accordi per l’eventuale ritrovo pomeridiano al bar del Correggio, mitico locare Corfiota, con fare baldanzoso salutavo gli amici, sintomo di rilassamento per avere superato un altro giorno di martirio, che non aveva scalfito il valore della spensieratezza. Tra una chiacchera e l’altra si riprendeva l’autobus, forse il numero cinque e ritornavo a casa, sperando di fare il viaggio con la bella mora, che cercavo furtivamente tra gli studenti. Nonostante fossimo pigiati come le sardine, dentro l’autobus in quel momento ero felice, quella fantastica felicità giovanile, fonte di vibrazione dei pensieri legati alla infinita e accarezzata speranza di un futuro migliore. 

Felicità spensierata
splendi dentro il ruscello
alimentato da piogge primaverili
catarsi di gocce cristalline
rincorrono percorso giovanile
per raggiungere l’infinto mare
sogno di eterni orizzonti
sguardo proiettato
verso un futuro luminoso