Narrare una società che cambia raccontando sé stessi
La narrazione prende spunto e titolo dalla lettura di un libro, che mi ha regalato un amico di Parma, Bruno Borelli, edito dalla Associazione Montanara Laboratorio Democratico, presidente Marta Corradi moglie di Bruno. Racconta e traccia il valore della disponibilità verso gli altri, che produce sensibilità, coinvolgimento, solidarietà e sintonia nel luogo dove si vivono storie di quotidianità, dentro una narrazione condivisa di valori. Fantastico! Queste riflessioni hanno stimolato una nuova visione del condominio, che generalmente cito in modo negativo per evidenziare ed accentuare i disagi del vivere dentro una piccola comunità, dove, durante le riunioni o confronti, si scatenano contrasti, aggressività che denuncia insoddisfazioni, problematiche accumulate che trovano sfogo in quei momenti di dialogo generale, quale difesa del proprio piccolo orto, l’appartamento. Negli agglomerati condominiali si attivano Associazioni di volontariato che si interfacciano con i condomini per accendere il valore e importanza della cura nelle abitazioni, degli spazi comuni, generando valore educativo, rispetto e amicizia, seme che germoglia e si trasmette tra condomini. La rete di Associazioni di volontariato diventa punto di riferimento e si occupa della comunità, potremmo definire medici che colgono gli spasmi del condominio, intervengono quando serve, ma in primis sanno ascoltare e garantire presenza in caso di bisogno.
Positivo, in questi contesti, la spinta per uscire dal proprio guscio e confrontarsi, nasce il progetto di raccontarsi e narrare alle giovani generazioni la propria esperienza e di spazi liberi dove i giovani si raccontano, scrivono pensieri personali, nostalgie, affetti, fragilità, emozioni e ambizioni che certamente cercano riscontro, condivisione e verifica del loro comportamento. Spazi liberi, piattaforme di partenza che si devono trovare anche all’interno della scuola, condominio verticale, dove condividere le emozioni dei giovani, entrare nei loro meccanismi e stimolare l’impegno del fare, il valore dell’applicarsi nello studio, il valore della fatica, della condivisione nella comunità, nella vita e la ricchezza della cultura che genera libertà. Certamente è estremante importante parlare ai giovani e ascoltare con attenzione le loro ambizioni, progetti, difficoltà e sogni. Nel 1953 l’Istituto Autonomo per le Case Popolari ha assegnato ai miei zii, con i quali vivevo, un appartamento ai Prati Bocchi, quartiere alla periferia di Parma. Ritornare con la memoria a quel periodo della mia vita, accende spunti di riflessione su quel contesto sociale che partiva dalle macerie della guerra appena terminata.
I quartieri pullulavano di bambini e ragazzini che si incontravano nei cortili dei palazzi e costruivano giochi con tanta fantasia che pulsava per emergere: le cerbottane, pezzo di tubo che sosteneva i lampadari, inserendo piccoli imbuti di carta sigillati con la saliva, soffiando all’interno partivano a razzo; aste di legno con elastico trattenuto da una molletta, premuta partivano tondini di cartoncino, infilati dentro l’elastico, chi veniva colpito dal tondino usciva dal gioco; tirare con l’arco fatto con le aste degli ombrelli rotti legati con filo di ferro, dove la freccia era una asta, appuntita fregandola sul cemento, l’abilità era colpire il tronco della pianta; il lancio a muro delle monete o delle figurine, chi arrivava più vicino al muro raccoglieva tutto; il gioco a carte dove in palio c’era un giornalino; il gioco con le palline di vetro, bilie, a spana e bocè; sinalcoli fatti con tappi corona per gareggiare su piste tracciate col gesso sull’asfalto, evoluzione successiva alle bilie, quando dai cortili è sparito il ghiaino per fare posto all’asfalto. Questa mancanza ha creato un grande problema al gioco con le fionde mancando il proiettile, il pezzetto di ghiaia. Praticamente noi, Ragàss di Prè Bocia, non avevamo nulla, ma avevamo un mondo che riempiva le nostre giornate che abbandonavamo verso sera, stanchi ma felici, quando i genitori ci chiamavano per la cena. Era un racconto continuo di vita in comune, dove il legame era naturale e si condividevano le poche cose disponibili tra vicini di pianerottolo, vicini di scala e di palazzo, non si percepiva disagio o esclusione. I Prati Bocchi erano una distesa di campi, dove iniziavano a sorgere i primi palazzoni, via Olivieri, dove abitavo, sono presenti sei grandi palazzi.
Non avevamo nulla, ma eravamo ricchi senza saperlo. Oggi la grande disponibilità di possibilità e informazioni, causa veloce turnover, placa il desiderio di fare e della comunicazione, creando una condizione di isolamento che genera maree di depressione, insicurezza, rabbie, frustrazioni e rancori. Se poi si considerano i nuovi arrivati nel palazzo, di diverse etnie con difficoltà di adattamento, si intrecciano problemi sociali importanti dove la soluzione è la comunicazione, creare gruppo per condividere un potenziale futuro molto incerto, che può trascinare su percorsi con esiti negativi. Il desiderio di cose e informazioni è legato a quello che ti circonda, oggi, troppo e disponibile, blocca questi meccanismi solidali con problemi di inserimento e di comunicazione. Bellissimo il titolo del secondo libro “TU COSA FAI PER GLI ALTRI” che attiva il valore della solidarietà, messo in pratica, lascia ai margini l’egoismo, gratificando una socialità condivisa, dove, con la verifica, riscontri che i problemi individuali sono di tutti e la soluzione è legata alla disponibilità di tutti verso tutti, generando benessere comune.
Solidarietà valore nativo umano
sparito dai percorsi della vita
pigrizia contamini
valore della disponibilità
apre le porte al non far niente
culla senza valore
abbandona energie solidali
desiderio di condividere
riscontro del valore della vita
Scultura posizionata su tavoletta di nobilitato proveniente da arredi di ufficio da smaltire, incastrata su un supporto dello stesso materiale disegnato da Cremonesini Gian Paolo. Opera costruita con rullo sviluppo e parti metalliche multifunzione Basamento 25X30X5 cm con nobilitato fresato lateralmente