Un pezzo della mia infanzia mi ha abbandonato
Ieri, come mia consuetudine, ho inoltrato agli amici il racconto settimanale e la moglie del mio amico d’infanzia Gabriele mi ha comunicato che, sabato sera, ha abbandonato questa terra. Sono notizie dolorose che non vorresti mai ricevere, ma alla mia età, tutti gli amici hanno raggiunto una soglia critica e le prospettive… Ero stato a Parma alcuni mesi fa, ma non siamo riusciti a incontrarci. Sto organizzando, con un amico artista di Parma, Bruno Borelli, una mostra di pittura nel chiosco di San Franceso e speravo con l’occasione di passare alcune ore con lui, momenti dove sfogli il passato, per il piacere di condividere dei percorsi. Allora la mia infanzia emerge con prepotenza, pressante sollecitazione a sfogliare trascorsi saldati in modo indelebile nel ruscello del vissuto. Quando, infante mia mamma trascorreva periodi all’ospedale e successivamente alla sua morte, vivevo con i nonni in un fantastico borgo, Borgo Polidoro. I palazzi erano allineati, custodi del borgo uniti da un ponticello che lo attraversava all’altezza del primo piano, per raggiungere l’adiacente via Mazzini.
Ogni corpo aveva il suo portone di ingresso e il battacchio o battiporta, con il quale si avvisava della propria presenza l’inquilino del relativo piano. Un colpo il primo piano, due colpi il secondo piano e così via. Le persone del piano segnalato si affacciavano alla finestra chiedendo “Chi è?” Passato riacceso dalla morte del mio compagno di infanzia. I nonni abitavano all’ultimo piano del palazzo, il terzo piano, mentre l’amico Gabriele con la famiglia abitava al secondo piano, dove, nel pianerottolo, era presente il servizio, bagno comune ai due appartamenti. Sopra l’appartamento del nonno erano presenti cantine e soffitte utilizzate dai tre inquilini, alle quali si accedeva con una scala in legno che partiva dal pianerottolo del nonno, dove era presente un cancello per accedere al tetto del palazzo che confinava con il cinema Orfeo. La famiglia di Gabriele era composta da mamma, papa, e tre fratelli, la più grande, la sorella Lalla, a seguire Ughetto e il più piccolo Gabriele.
Parliamo del 1947, eravamo bambini che si affacciavano alla vita. Passavamo le nostre giornate prevalentemente nel palazzo, andavamo nella terrazza, dove erano presenti fantastici solai e ripostigli, per osservare dal parapetto del ballatoio i meravigliosi tetti della città, credo ci allungavamo anche nel borgo per ammirare il negozio di ferri vecchi confinante con il portone di ingresso. Sfogliavamo i giornalini di Ughetto, Diabolik o Tex Willer, ricordo le copertine di Diabolik con marcati e vivaci colori. La famiglia di Gabriele gestiva un terreno in Somalia, assegnato in concessione durante il periodo coloniale italiano per coltivazioni intensive, banane e cotone. Abbandonato durante il periodo bellico, ripreso a guerra finita. Nel frattempo, ho lasciato i nonni per vivere con gli zii, Adele e Paolo. Gabriele è rientrato dalla Somalia dopo una decina di anni e abbiamo riattivato la nostra amicizia e frequentazione.
Ciao carissimo amico, un abbraccio ovunque tu sei, R.I.P.
Le nostre anime vivranno in eterna corrispondenza.
Infanzia curiosa e spensierata
accarezzata dal balcone della vita
visione di percorsi tracciati
nel cortile della giovinezza
trascorsa nel piacere di quotidiane relazioni
genuina amicizia condivisa
purezza di sentimenti
Opera costruita con tasto calcolatrice, schede multifunzione, maniglia e chiavi armadio.
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